Lavoro

Partita Iva, il guadagno minimo necessario per aprirla: in pochi lo sanno

Published by
Marina Nardone

Molti sono coloro che si chiedono se esista un guadagno minimo necessario per aprire una partita IVA. Ecco finalmente la risposta.

Prima di mettersi in proprio, in molti si chiedono se esista un guadagno minimo per aprire la partita IVA. Si tratta di una domanda decisamente diffusa. Sappiamo bene che nel corso degli ultimi anni sono aumentate le persone che hanno espresso il desiderio di dar vita ad un attività tutta propria. In ogni caso, si tratta di una scelta che prevede anche delle difficoltà in quanto non sempre è facile sapere se il business scelto decollerà oppure no.

Quando è necessario aprire una partita iva- Lamiapartitaiva.it

Ed è per tale ragione che molti prolungano la decisione di aprire una partita IVA o a quando saranno riusciti a mettere da parte un bel gruzzoletto. Altri invece scelgono di lanciare il proprio progetto facendo pubblicità sui social ma senza mettersi in proprio. Ma vediamo quindi di trovare una risposta a questa domanda e capire se esiste un guadagno minimo per aprire la partita IVA.

Esiste un guadagno minimo per poter aprire la partita IVA in Italia?

La risposta da dare a questa domanda è negativa in quanto non vi è nessun guadagno minimo oltre il quale bisogna aprire una partita IVA.

Questa infatti deve essere aperta senza tener conto di quanto si guadagna. Infatti, spesso si sente dire che se non si supera il limite di €5000, non vi è la necessità di aprire una partita IVA. Anche in questo caso la risposta è negativa poiché il reddito dell’attività non determina in nessun modo se bisogna o meno aprire una partita IVA. Infatti, anche se non si guadagna nulla si potrebbe essere costretti ad aprire lo stesso la partita IVA, mentre ci sono casi in cui che anche se si guadagnano €200.000 all’anno, si potrebbe addirittura essere esonerati.

Partita iva, esiste un guadagno minimo su cui basarsi? – lamiapartitaiva.it

Ma per quale motivo si afferma tutto ciò? È bene sapere infatti che non è rilevante il reddito bensì il modo in cui si svolge l’attività. Bisogna comunque aprire sempre una partita IVA se si va a svolgere un’attività in maniera continua e regolare. Invece, se l’attività è occasionale, non bisogna farlo.

Ma qual è la differenza fra attività regolare e una continuativa? La differenza si presenta soprattutto nella casualità. Infatti risulta essere occasionale se viene fatta per caso mentre è continuativa e regolare se si cerca attivamente. Ed è per questo motivo che non è possibile fare pubblicità senza avere aperto prima una partita IVA. Ma cosa accade se si va avanti lo stesso senza aprirne una?

In questo caso il rischio che si corre quello di essere multati. Infatti, l’Agenzia delle entrate risulta essere molto attenta su questo punto di vista e va spesso alla ricerca online e anche sui social di coloro che hanno avviato un’attività senza avere aperto prima una partita IVA. Inoltre, molti Marketplace sono costretti anche a fornire i dati dei venditori presso l’Agenzia delle entrate e quindi è molto semplice riuscire a incrociare le informazioni e scoprire così chi cerca di aggirare questo ostacolo.

Arrivati a questo punto bisogna trovare una risposta alla nostra domanda e capire quanto bisogna guadagnare come minimo per ottenere mantenere una partita IVA. Una risposta che dipende da diversi fattori e dal tipo attività che si fa. Infatti se si è un lavoratore autonomo, la risposta è zero in quanto, i lavoratori autonomi non hanno costi fissi e pagano tutto in percentuale basandosi sul fatturato. Quindi, nel caso in cui il fatturato è pari a 0, non si dovrà pagare nulla.

Esistono differenze tra autonomi e imprenditori – lamiapartitaiva.it

Se invece si rientra nella categoria di imprenditori, la risposta è differente. In casi del genere, i lavoratori autonomi vedono delle spese fisse che devono pagare anche se non fatturano nulla. Si tratta di spese come i contributi INAIL e diritto camerale e i contributi INPS.

Anche in questo caso è possibile scegliere una via d’uscita. La prima è quella di chiedere uno sconto di contributi INPS del 35% mentre la seconda è quello di cambiare il proprio modello di business facendo sì che si trasformi in lavoro autonomo.

Marina Nardone

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